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La prevenzione vien mangiando
Alimentazione

La prevenzione vien mangiando

Una delle risposte alla domanda “perché ci ammaliamo” può essere perché conduciamo uno stile di vita scorretto, a causa di vari fattori, primo fra tutti un’alimentazione inadeguata. Tutte le discipline mediche (e in particolar modo quelle orientali come la medicina cinese o l’ayurvedica) insistono sul ruolo fondamentale dell’alimentazione per il benessere e la salute, giungendo a considerare i cibi alla stregua di farmaci. Va però detto che nella società dei consumi, a tavola, si commettono gravi errori: mangiamo troppo (due - quattro volte più del necessario), male (con eccesso di proteine, grassi e carenza di principi vitali quali vitamine, oligoelementi, sali minerali, enzimi) e privilegiando cibi troppo raffinati, spesso privati del loro effettivo potere nutrizionale. Su questi argomenti si sono scritti tantissimi libri e articoli. Noi qui ci limiteremo a focalizzare due concetti utili a comprendere come il cibo possa essere un potente alleato per il nostro benessere e una vera arma contro l’insorgere di malattie (diabete, infarto, obesità, allergie, ecc.) che tanto ammorbano i popoli ricchi del pianeta.

Per un programma alimentare corretto è, ad esempio, di fondamentale importanza il tema della resistenza all’insulina. Quest’ultima è un ormone secreto da particolari cellule del pancreas, la cui funzione è di regolare gli zuccheri nel sangue e l’assorbimento e l’utilizzo del glucosio (uno dei carboidrati più importanti) nelle cellule. Il pancreas emette insulina in risposta alla nostra assunzione di zuccheri e la giusta quantità di questo ormone consente al nostro metabolismo di lavorare in modo equilibrato. Se il livello di zuccheri nel sangue è troppo alto, il pancreas, come fosse un pompiere, produce tanta insulina in modo da riportarlo in equilibrio; se il livello è troppo basso il nostro corpo fa partire, tramite il cervello (esattamente l’ipotalamo) lo stimolo della fame (ingerendo cibo gli zuccheri tornano a salire). Ogni cellula ha sulla sua superficie i ricettori (vere e proprie “chiavi di accesso”) insulinici che aprono la porta all’insulina perché entri. Se lo zucchero nel sangue è costantemente alto (per via di un’alimentazione squilibrata, fatta di merendine, biscotti, cioccolatini, bevande zuccherine, ecc.) i ricettori diventano incapaci di reagire e si fanno insensibili, resistendo all’insulina e di conseguenza viene rilasciata una quantità ancora più elevata di questo ormone per ottenere gli stessi effetti. Tale meccanismo alterato è alla base del diabete di tipo 2 e a lungo andare può causare l’insorgere di gravi malattie. I livelli glicemici e insulinici possono essere mantenuti normali con una dieta a base di alimenti non raffinati, carboidrati con indice glicemico (velocità con cui viene aumentata la glicemia nel sangue) basso o moderato, frutta, verdura e cereali integrali. E’ inoltre importante abbinare proteine a carboidrati nello stesso pasto: l’abbinamento consente infatti una forte riduzione del fabbisogno di insulina, grazie all’azione antagonista del glucagone, altro ormone pancreatico la cui emissione viene stimolata dalle proteine.

Un secondo tema importante è quello relativo alla produzione dei radicali liberi, principali responsabili della maggior parte delle patologie croniche degenerative (da quelle cardiovascolari alla cataratta). Un radicale libero è un frammento di molecola che contiene almeno un elettrone spaiato nel suo involucro più esterno; è perciò altamente instabile e cerca di tornare all'equilibrio rubando all'atomo vicino l'elettrone che gli manca per pareggiare la sua carica elettromagnetica. Tale meccanismo crea nuove molecole instabili, innescando una reazione a catena che, se non stoppata in tempo, danneggia cellule e tessuti alterandoli. I radicali liberi sono un sottoprodotto del normale metabolismo e per questo è impossibile limitarli completamente; sono però provocati pure da cause esterne (inquinamento atmosferico, consumo di tabacco, radiazioni, ecc.). Il nostro organismo li combatte esattamente come fa coi virus o i batteri, sia cercando di neutralizzarli in partenza (procurando l’elettrone mancante, prima che lo sottraggano ad altre cellule) sia riparando i danni da essi provocati mediante gli anti-ossidanti (vitamine A, C, E, selenio, carotenoidi, licopene, il coenzima Q-10 e acido lipoico) presenti in grandi quantità nella frutta e nella verdura (specie in quella colorata) e negli integratori in commercio.

Aggiungendo cibi sani alla normale dieta, la vita si allunga?

Chi l’ha detto che per stare bene si debba avere un’alimentazione di tipo “monacale”, tutta rinunce e privazioni? Pare che aggiungendo alla normale dieta quotidiana una certa dose di alimenti “buoni” si ottengano positivi risultati per la nostra salute e più di quanti ne otterremmo riducendo il consumo di cibi meno salubri. A sostegno di questa affermazione vi è uno studio condotto su oltre 59 mila donne svedesi facenti parte di uno screening mammografico e delle quali è stata controllata anche la dieta abitualmente seguita. Gli autori della ricerca (“A prospective study of variety of healthy foods and mortality in women” in International Journal Epidemiology, 31 agosto 2012), i dottori Karin Michels e Alicja Wolk, hanno rilevato come vi siano importanti legami tra la presenza regolare di alcuni cibi e la longevità delle donne partecipanti allo studio. Ai due gruppi di donne sono stati proposti e quindi condivisi sia cibi “sani” (frutta, verdura, pane e cereali integrali, pesce e latticini con pochi grassi) che cibi considerati meno o poco salutari (carni rosse, carboidrati raffinati, zucchero e cibi ricchi di grassi saturi o idrogenati). Ne è emerso che 1) le donne con alimentazione prevalentemente sana hanno avuto una bassa mortalità per patologie cardiovascolari rispetto alle donne che mangiavano meno alimenti sani, 2) le donne che mangiavano maggiormente cibi non sani si sono ammalate di più di tumore di quelle che ne consumavano meno, 3) una dieta meno sana (ovvero con più cibi “nocivi”) non ha dimostrato di avere un’influenza più significativa sulla mortalità in generale, 4) chi mangiava 16-17 alimenti sani ha avuto una mortalità (indipendentemente dalla causa) del 42% in meno rispetto a chi ne assumeva di meno. Di qui la deduzione che ogni cibo sano in più sembra ridurre il rischio di mortalità del 5% e che assumere abitualmente cibi sani ha lo stesso impatto positivo che l’astensione assoluta da cibi non sani.

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