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Super-specializzata e in continua evoluzione
M. scientifica

Super-specializzata e in continua evoluzione

La medicina ufficiale è una disciplina scientifica che si basa sulla coniugazione di evidenze oggettive (sempre verificabili) delle cause e dei sintomi delle malattie, che vengono inquadrate con esami diagnostici sempre più sofisticati. Il tutto con la capacità di dedurre da reperti obiettivi e strumentali quegli elementi che assumono importanza cruciale per decidere in un caso difficile se "trattare" od "osservare"; determinare quando un dato elemento clinico è meritevole o meno di approfondimento; stimare in ogni paziente se un particolare trattamento possa essere indicato. La combinazione di conoscenza scientifica, intuizione e giudizio è noto come "arte della medicina". Per millenni la medicina ha avuto come missione quella di fornire la migliore cura possibile al singolo malato. Ha ora allargato la sua influenza al benessere della società in generale ed esteso il suo interesse alle fasi che precedono la comparsa della malattia vera e propria, ovvero la prevenzione.
L'uomo ha sempre cercato di combattere le malattie, di gestirle o razionalizzarle. Esse sono state spesso personificate, sentite come una condanna e investite di un significato morale. Così si è potuto parlare di malattie "cattive" - la sifilide o la lebbra - e di malattie "buone" - la tubercolosi, di frequente associata al genio romantico - arrivando perfino a vedere in esse una punizione divina: un'idea arcaica di recente riaffiorata con l'Aids.  Nelle prime fasi la medicina occidentale era teurgica, considerando la malattia un castigo divino. Con il passare del tempo ha preso sempre di più le distanze dalla religione sino ad arrivare alla medicina razionale di Ippocrate, che segnò il limite tra razionalità e magia. Le prime scuole di medicina si svilupparono in Grecia e nella Magna Grecia, ma la vera medicina razionale è da attribuire a Ippocrate (V sec a.C.); la base della medicina razionale è la negazione dell’intervento divino nelle malattie. Ippocrate sosteneva che la malattia derivasse dallo squilibrio tra gli umori; le cure consistevano nel rimuovere l’umore in eccesso. Al centro della concezione di Ippocrate non c’era la malattia, che si spiegava in modo olistico, ma l’elemento più importante era l’uomo. La scuola ippocratica prevalse sulle altre scuole proprio perché si occupava principalmente dell’uomo. I principi fondamentali erano di lasciar fare alla natura, cioè alla forza guaritrice della natura, di osservare attentamente il malato e intervenire il meno possibile, fare attenzione all’alimentazione e alla salubrità dell’aria. I testi di Ippocrate furono commentati nelle università sino al 1700. Ippocrate quindi creò una medicina olistica; egli è anche ricordato perché espresse i primi concetti di etica medica. Galeno invece, (129 e 216 d.C.), visse a Roma dove fece il medico dei gladiatori e intuì l’importanza fondamentale degli organi e di molti anche il loro effettivo ruolo. Dopo Galeno ci fu una moltitudine di medici che operarono nell’impero d’Occidente, ma soprattutto in quello d’Oriente, con conseguente passaggio del sapere dall’Occidente all’Oriente. Sulla scia dell’importanza sempre maggiore data all’igiene, in epoca romana sorsero i primi veri e propri ospedali. Con il trasferimento del potere a Bisanzio ci furono anche il trasferimento della cultura medica, fondazione di numerosi ospedali e il sorgere della medicina sociale.


Mentre nell’Oriente arabo si sviluppò una società avanzatissima, in Occidente vi fu un periodo di oscurantismo coincidente con il Medioevo e si tornò alla medicina teurgica (vi erano santi protettori per ogni organo e contro ogni malattia). Dopo la caduta dei califfati arabi gli scienziati della Spagna musulmana si rifugiarono in Francia e in Italia, soprattutto a Salerno dove fiorì la Scuola Salernitana, con ritorno alla medicina ippocratica. Grande importanza veniva data a ciò che si mangiava, soprattutto in relazione al temperamento. In questo periodo sorsero le Università. Federico Barbarossa fu il primo che finanziò gli studenti e diede loro il beneficio fiscale se si fermavano nella sua città. In seguito la Chiesa impose che le Università potessero divenire tali solo quando vi fossero le bolle papali. La prima Università con bolla papale fu quella di Bologna. La medicina entrò tra le discipline universitarie solo circa 150 anni dopo, quando il medico Taddeo degli Alderotti (1215-95) dimostrò che la medicina riusciva ad argomentare contro i retori, riuscendo così a portarla alla pari delle altre discipline universitarie (matematica, geometria, astronomia e musica).


L'introduzione del microscopio acromatico nella prima metà del sec. XIX permise lo sviluppo della teoria cellulare, che Rudolf  Virchow applicò alla patologia: l'essenza della malattia veniva quindi individuata nell'alterazione delle cellule costitutive dell'organismo. Il medico e giurista Edwin Chadwick, in un rapporto del 1842, rilevò che a Liverpool la vita media era di 35 anni per un “borghese” e di 15 per un operaio. La lotta a favore del miglioramento di vita della classe operaia e dell'igiene nelle città doveva dimostrarsi la via giusta per combattere molte malattie di fronte alle quali l'umanità era stata sempre impotente.  La conferma venne dalle ricerche di microbiologia che portarono alla più grande rivoluzione teorico-pratica della medicina moderna. L'idea che germi invisibili a occhio nudo fossero causa di malattia, già sostenuta da alcuni studiosi del sec. XVII, dopo l'introduzione del microscopio, fu ripresa nel sec. XIX da Agostino Bassi, il quale dimostrò che una malattia del baco da seta aveva una simile origine. Nel 1860 la dimostrazione data da Louis Pasteur che i germi erano causa delle fermentazioni e di alcune infezioni e non il contrario aprì la strada alla ricerca degli agenti patogeni di tutte le infezioni.  Nel 1882 Robert Koch scoperse il bacillo responsabile della tubercolosi, la più grave malattia allora diffusa, e nei decenni successivi analoghe scoperte avvennero per molte malattie come colera, difterite, febbre tifoide, tetano, peste e sifilide.  Vantaggi immediati vennero con la sistematica applicazione dell'antisepsi,* introdotta da Joseph Lister, che diminuì fortemente la mortalità ospedaliera e quella conseguente a interventi chirurgici. La chirurgia riuscì così a compiere passi decisivi anche grazie alla successiva introduzione della sterilizzazione (asepsi).  Gli sviluppi della fisiologia e della chimica biologica nel sec. XX hanno permesso l'estensione delle vaccinazioni e della cura mediante sieri, nonché la ricerca di sostanze capaci di colpire i germi dentro l'organismo stesso. I risultati terapeutici furono enormi e innalzarono notevolmente l'età media in numerosi Paesi. Dall'inizio del sec. XX l'analisi radiologica e quella chimica divennero strumenti fondamentali della medicina. Con la scoperta degli ormoni e delle vitamine si rilevò la causa di altre importanti malattie come il diabete, la pellagra e lo scorbuto. I progressi sorprendenti compiuti dalla medicina nel sec. XX in tutti i campi di indagine e di intervento terapeutico si sono accompagnati però all'insorgere di gravi ostacoli alla tutela della salute, derivanti dall'aver trascurato gli aspetti organizzativi, sociali e politici che sono essenziali nella medicina odierna.

* Insieme delle operazioni da effettuare (soprattutto in campo chirurgico) per impedire o rallentare lo sviluppo di microrganismi patogeni che possono produrre infezione nell’organismo umano.

Verso una correzione di rotta

La medicina moderna si fonda sullo studio della struttura dell'organismo umano (anatomia, istologia, citologia), sui processi organici (fisiologia), sulle norme per la difesa dello stato di benessere fisico-psichico (igiene), sulle cause, manifestazioni cliniche e anatomiche, decorso e prognosi delle forme morbose (patologia, anatomia patologica, semeiotica), nonché sulla loro cura (clinica medica e chirurgica, farmacologia). Così la medicina, un tempo scienza unitaria, è andata suddividendosi, a volte frammentandosi eccessivamente e artificiosamente. I possibili danni derivanti da una tale situazione sono oggi in fase di correzione, con l'organizzazione di équipe di medici specializzati che integrano le rispettive conoscenze.

Medicina interna, ovvero una 'visione globale' del malato

La medicina interna è la specializzazione che ha come oggetto la visione globale del malato. L'internista è lo specialista che valuta il malato come entità unica e complessa e non frammentato nei suoi singoli organi e apparati. Questa competenza, basata su una vasta cultura medica, consente all'internista di affrontare casi con patologie complesse e con pluripatologia che altrimenti richiederebbero l'intervento di più specialisti (cardiologo, pneumologo, gastroenterologo, ecc.); costituisce  quindi un punto di riferimento nella nostra epoca in cui l’innalzamento della vita media si accompagna a un notevole aumento delle patologie croniche come diabete mellito, ipertensione arteriosa, scompenso cardiaco, ecc. La complessità della gestione di pazienti polipatologici rappresenta una vera emergenza, che costituisce l’epidemia del terzo millennio. Gli internisti sono esperti della salute degli adulti e spesso di pazienti anziani con polipatologie croniche ad alto rischio di complicanze, che devono riunire esperienza e competenze a largo raggio ed essere anche in grado di concentrarsi, con relativa indipendenza dagli altri specialisti, su monopatologie e su problemi selezionati, di intervenire in situazioni acute, di gestire la fase cronica di recupero, di garantire il passaggio dall’ospedale alle cure ambulatoriali e domiciliari, di sviluppare competenze nell’area delle procedure.

Un messaggio da non dimenticare

In omaggio alla grande scienziata Rita Levi Montalcini deceduta nella sua casa di Roma il 30 dicembre scorso ricorderei le sue parole (da un’intervista 1981): “I sistemi didattici attuali (basati su mass media) fanno soprattutto appello al cervello di sinistra, mentre sarà necessario che si valorizzi maggiormente, come già succede nella cultura orientale, il cervello destro con le sue capacità olistiche” e ancora “E’ immorale prolungare la vita di un vecchio al di là del giusto, investendo energie che si possano utilizzare per il resto degli uomini”. Come tutti i grandi vecchi ha coniugato in vita la frase di Seneca (Lettere a Lucilio, Libro 6, Lettera 61): “Ante senectutem curavi ut bene viverem, in senectute ut bene moriar; bene autem mori est libenter mori…ut satis vixerimus, nec anni nec dies faciunt sed animus (Prima di diventare vecchio ho cercato di vivere bene, ora che sono vecchio cerco di morire bene; ma morire bene significa morire volentieri… non gli anni e nemmeno i giorni, ma lo spirito ci dice se abbiamo vissuto abbastanza”).

Di Mcristina Bertoncelli

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