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Psiche ed emozioni contano, eccome se contano!
Psicosomatica

Psiche ed emozioni contano, eccome se contano!

Sebbene la psicosomatica sia una disciplina abbastanza recente, l’idea di fondo che malattie e disturbi fisici possano essere generati o aggravati da malesseri psichici era già presente in varie tradizioni mediche dell’antichità e del medioevo. Ippocrate, padre della medicina occidentale, sosteneva ad esempio che vi fosse un nesso tra temperamento e malattia; nel tempio greco di Epidauro i pellegrini dormivano sul posto ritenendo che durante la notte il dio Asclepio li avrebbe guariti o avrebbe comunicato loro in sogno la cura da fare – sogno che i sacerdoti, come gli attuali psicoanalisti, aiutavano ad interpretare. Nel medioevo lo scienziato arabo Avicenna – i cui libri di medicina ebbero a lungo grande influenza in Europa - dedicò grande attenzione ai disturbi psichici e ai rapporti tra psiche e corpo, elaborando tra l’altro una accurata teoria degli umori e dei temperamenti. Verso la fine del ‘700 W. M. Falconer pubblicò un libro dal titolo emblematico “Dissertazione sull’influenza della passione sopra i disordini del corpo” e pochi anni dopo Samuel Haneman, padre dell’omeopatia, basò la sua nuova medicina su una accurata anamnesi non solo fisica ma anche psicologica del paziente.

Nonostante questi e altri illustri antesignani, la psicosomatica vera e propria emerse solo all’inizio del XX secolo, grazie soprattutto alla psicoanalisi, nata proprio come tentativo d’interpretazione in chiave psicologica di sintomatologie organiche, in particolare quelle dell'isteria e della nevrosi d'angoscia. Freud distinse i sintomi psicosomatici in due categorie: quelli che costituivano una “conversione nel somatico di un conflitto nevrotico" e quelli che erano l’equivalente dell'attacco d'angoscia. I sintomi propriamente psicosomatici erano a suo avviso solo i primi, la cui funzione era di permettere all'Io di liberarsi da un conflitto inconscio irrisolto. Vari suoi allievi diretti o indiretti estesero poi tale concezione. Tra questi G. Groddeck, F. Deutsch, F. Alexander. Quest’ultimo (considerato da molti il fondatore della moderna medicina psicosomatica) dette molto risalto al ruolo delle emozioni, evidenziando come molte disturbi e malattie derivassero dalla ‘reazione fisiologica degli organi vegetativi a stati emotivi che si ripresentano periodicamente’. Importanti contributi sono stati inoltre quelli di W. Reich e A. Lowen che hanno mostrato come conflitti psichici protratti possano dar luogo a tensioni muscolari croniche e ad alterazioni degli schemi respiratori che poi a loro volta si ripercuotono sulla psiche in una sorta di loop.

Negli ultimi tre/quattro decenni l’ipotesi che la psiche possa influenzare il soma fino a produrre disturbi fisici e vere e proprie malattie ha ricevuto importanti conferme sperimentali grazie a varie ricerche scientifiche, tra le quali è d’obbligo ricordare quelle di due biologi e psicofarmacologi di fama internazionale: il francese Henry Laborit e la statunitense Candace Pert. Laborit realizzò tra gli anni 1960 e ‘70 una serie di esperimenti con cavie per verificare se lo stress potesse produrre effetti patologici a livello somatico. L’esperimento prevedeva che le cavie fossero poste in una gabbia che veniva a ritmi periodici elettrificata. Nel primo esperimento, la cavia aveva la possibilità di rispondere allo scossa elettrica fuggendo nella metà non elettrificata della gabbia. Nel secondo la fuga era impossibile ma le cavie erano due e reagivano alla scossa combattendo tra loro. Nel terzo esperimento la fuga era impossibile e così pure il combattimento, essendoci un unica cavia. Dopo alcuni giorni un check-up medico mostrò che le cavie dei primi due esperimenti erano completamente sane, mentre quelle del terzo esperimento mostravano chiari segni di deperimento. Laborit dimostrò così che non è tanto lo stress in sé a danneggiare la salute, quanto piuttosto l'impossibilità di rispondere efficacemente ad esso – fattore quest’ultimo chiaramente psichico. Nella prima situazione lo stress viene evitato con la fuga, nella seconda viene sfogato su qualcun altro attraverso il combattimento, mentre nel terzo tutte le possibilità di reazione vengono inibite. È tale inibizione, qualora ripetuta, a generare effetti patogeni. Il rischio per la salute subentra insomma quando ci si trova in una situazione dolorosa che non si può né sfuggire né modificare (e neppure ci si può sfogare riversando aggressività su qualcun altro).

Candace Pert, con le sue ricerche, ha poi chiarito come gli stati psichici influenzano quelli fisici, scoprendo che in corrispondenza di ogni evento emotivo vengono secrete particolari molecole, i neuropeptidi, che operano come trasmettitori chimici, facendo circolare l’informazione dell’emozione in tutto il corpo (o per lo meno ovunque vi siano recettori idonei a rilevarle) innescando reazioni fisiologiche e ormonali locali e globali di varia natura ed entità. Ad esempio, alcune emozioni, come la gioia, aumentano la secrezione di determinati ormoni (endorfine) e risultano rafforzare il sistema immunitario, mentre altre, come la rabbia o la tristezza, sono associate ad altri ormoni (adrenalina, cortisolo etc.) e hanno su tale sistema un effetto inibitorio. Le suddette ricerche e altre analoghe hanno dato origine ad una nuova e promettente branca della psicosomatica, la Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), che studia le interconnessioni tra fattori psichici, processi neurologici, secrezioni ormonali e sistema immunitario.

Messaggi del superconscio che chiedono comprensione

Parallelamente alla PNEI, che si incentra soprattutto sui fattori e processi bio-fisiologici a valle degli eventi psichici, è emersa un’altra branca della psicosomatica che si focalizza soprattutto sul significato psichico delle malattie e dei sintomi fisici, recuperando l’originaria ipotesi psicoanalitica, ma declinandola in chiave umanistico transpersonale invece che psicodinamica. Secondo tale approccio, in cui rientra gran parte della mia attività clinica e di ricerca (www.holiversity.it), la malattia non è solo un sintomo da combattere ma anche e soprattutto un messaggio del superconscio che, se correttamente compreso, può permetterci non solo di guarire ma anche di migliorare il nostro stato complessivo di benessere. Combattere e debellare la malattia senza averne compreso il messaggio evolutivo non è dunque un comportamento saggio, poiché riduce le nostre possibilità di progredire verso la piena salute. Molti disturbi e malattie insorgono infatti perché non si rispettano (spesso perché inconsapevoli) le proprie esigenze fisiche e/o psicologiche e/o relazionali: eliminare il sintomo senza interpretarlo significa continuare a ignorarle e non rispettarle, esponendosi al rischio di ulteriori e più gravi avvertimenti. La malattia non è dunque una nemica ma una alleata che ci segnala la necessità di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Enrico Cheli (Psicologo psicoterapeuta, docente all’Università di Siena)

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