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Anche la nostra psiche ha i suoi cibi

Il paradigma olistico considera l'essere umano come un'entità multidimensionale, costituita da varie dimensioni interconnesse tra cui corpo, emozioni, intelletto, coscienza. Se l’individuo è consapevole di tutte le suddette dimensioni, ed è in grado di nutrirle in modo equilibrato, si mantiene in salute e la sua vita è soddisfacente; se viceversa ne riconosce solo alcune e trascura o, peggio, nega le altre, si crea squilibrio e quindi malessere o malattia. Così come il corpo necessita della giusta qualità e quantità di nutrimenti (cibo, bevande e aria) anche la psiche ha bisogno dei suoi nutrimenti che sono le emozioni e i sentimenti; quelli elevati come gioia, amore e compassione ci fanno bene e ci nutrono in profondità, mentre quelli pesanti come paura, collera, odio, tristezza ci intossicano. 
   
Sebbene le emozioni siano ritenute da molti il sale della vita, esse non servono a dare sapore all’esistenza, ma – ad eccezione della gioia e poche altre - sono piuttosto segnali d’allarme, il cui scopo è di innescare reazioni difensive o elusive. L’etimologia stessa della parola “emozione” (dal latino moveo = muovere e ex = da, quindi muovere da) indica che il suo scopo è di innescare nel soggetto una azione o reazione verso l’esterno. Quando ci troviamo in situazioni di sofferenza o di pericolo (reale o presunto che sia), si attivano in modo quasi istantaneo delle emozioni (in genere paura o collera) e assieme ad esse una serie di correlati processi ormonali e fisiologici il cui scopo è di mettere l’organismo nelle condizioni migliori per reagire con immediatezza alla fonte di pericolo o di sofferenza, ad esempio fuggendo (paura) oppure attaccando (collera). In caso di allarme infatti il sistema endocrino secerne adrenalina, noradrenalina e altri ormoni che aumentano la capacità muscolare; il tono muscolare aumenta; il respiro diviene più corto e accelerato; il battito cardiaco aumenta di frequenza e il sangue viene distolto da altre funzioni (per esempio la digestione) e dirottato verso l’apparato locomotore. Come gli animali, gli esseri umani possono reagire a situazioni dolorose o di pericolo in tre diversi modi: fuggendo, attaccando o restando immobili. Ciascuno di tali modi è associato a una specifica emozione: la fuga alla paura, l’attacco alla collera e l’immobilità alla tristezza/abbattimento. 

Lo psicofarmacologo Henry Laborit ha realizzato una serie di esperimenti su animali per verificare quali effetti le suddette reazioni potessero avere sull’organismo. Nel primo esperimento mise una cavia in una gabbia divisa in due metà, una delle quali veniva a ritmi periodici elettrificata; la cavia, dopo le prime dolorose scosse imparò a fuggire nella metà non elettrificata evitando così la situazione dolorosa. Laborit effettuò quindi un secondo inserendo nella gabbia due topi contemporaneamente e elettrificandola tutta, così che non vi fosse via di fuga. Alla prima scossa le due cavie reagirono con sorpresa e sbigottimento, ma a partire dalla seconda volta iniziarono a combattere tra loro come se ognuna reputasse l'altra responsabile dell'accaduto, se non un vero e proprio aggressore. Fu allora effettuato un ulteriore esperimento, utilizzando la gabbia completamente elettrificata ma con una sola cavia che, non potendo né fuggire né lottare rimaneva immobile a subire la scossa elettrica. Dopo alcuni giorni di ripetuti esperimenti fu osservato che le cavie dei primi due esperimenti godevano di ottima salute mentre la cavia del terzo esperimento presentava evidenti segni di malattia, confermati anche dalle analisi del sangue. Ciò in quanto nel primo esperimento la cavia aveva la possibilità di rispondere al pericolo fuggendo nella metà non elettrificata della gabbia. Nel secondo la fuga era impossibile ma le due cavie potevano sfogarsi combattendo tra loro. Nel terzo esperimento invece sia la fuga sia il combattimento erano impossibili essendoci una sola cavia. Grazie a questi esperimenti Laborit dimostrò che non sono tanto le emozioni in sé stesse ad essere pericolose per la salute, quanto l'impossibilità di sfogarle. 

Come tutti gli stimoli, anche quelli emotivi, se protratti e ripetuti nel tempo, tendono a cronicizzarsi. Ciò è particolarmente rischioso soprattutto se si tratta di emozioni negative (paura, rabbia, tristezza, frustrazione, ecc.) che possono interferire sia sullo stato di salute psicofisica, sia sulla qualità dei nostri rapporti con gli altri. Un’emozione si dice cronica quando la persona la prova per lunghi periodi anche in assenza di situazioni o interazioni che la giustifichino: ad esempio, avere spesso paura anche se non c’è alcun pericolo oggettivo o essere tristi senza che le circostanze lo giustifichino. La paura cronicizzata prende il nome di ansia, mentre la tristezza cronica si manifesta come depressione e la collera cronica come aggressività. Molte persone vivono in condizioni di quasi costante ansia, aggressività o depressione, senza peraltro rendersene conto, almeno fino a quando il malessere accumulato non supera il livello di guardia e sfocia in una qualche patologia conclamata di tipo psicologico, relazionale o psicosomatico. Gli stati emotivi cronici possono derivare da uno dei seguenti tre fattori: 1) problematiche passate irrisolte (lutti, abusi sessuali, violenze o soprusi, carenze affettive etc.); 2) un disattento utilizzo dei media comprendente troppi programmi a contenuto pauroso o aggressivo o triste; 3) relazioni insoddisfacenti e/o conflittuali nel presente (ad esempio nella coppia, in famiglia o sul lavoro). Quando le emozioni croniche dipendono dal primo fattore non si può fare molto da soli e occorre chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta; sugli altri due fattori si può invece intervenire, entro certi limiti, anche da soli e per questo li illustrerò un po’ più a fondo nei due paragrafi seguenti. 

Uno dei fattori che maggiormente incidono sul nostro stato emotivo e quindi sul nostro benessere psicofisico sono le relazioni con gli altri. Se chiediamo alla persone che cosa le fa sentire gioiose, la maggior parte ci risponderà: l’essere innamorati, il sentirsi amati, l’avere una buona relazione col partner, con gli amici, con i figli, con i colleghi. Se chiediamo cosa le rende tristi o arrabbiate, ci diranno: il non sentirsi compresi, l’avere un cattivo rapporto coi colleghi di lavoro, col partner, con i genitori, il litigare con qualcuno e via dicendo. Insomma, buone relazioni producono emozioni piacevoli (gioia, allegria, amore, ecc.), mentre relazioni conflittuali determinano stati emotivi spiacevoli (paura, collera, tristezza, ecc.). Purtroppo le relazioni serene e reciprocamente gratificanti sono assai rare, mentre ben più numerose sono quelle conflittuali. Ciò dipende soprattutto dalla nostra scarsa capacità di comprendere le altre persone e di gestire la comunicazione con loro. D’altra parte è anche vero che nessuno – né in famiglia, né a scuola - ci ha mai insegnato ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri, a comunicare con chiarezza ma senza asprezza, a comprendere chi è diverso da noi, ad esprimere positivamente le nostre emozioni e sentimenti, a cooperare invece di combattere. Tutte queste abilità sono essenziali per avere buone relazioni e quindi una buona salute emozionale, e dato che nessuno ce le ha insegnate da piccoli occorre impararle da grandi, nei modi che ho meglio spiegato in vari miei libri sull’argomento, tra i quali segnalo Relazioni in armonia (Franco Angeli) e Le relazioni interpersonali (Xenia edizioni).  Su questi temi tengo inoltre da anni anche appositi corsi e seminari, poiché i libri da soli non sempre bastano ad imparare bene la difficile arte del relazionarsi (www.enricocheli.com). 

I libri e giornali che leggiamo e i film e i programmi televisivi e radiofonici che guardiamo o ascoltiamo incidono in modo rilevante sul nostro stato emotivo, e siccome i media danno molta più rilevanza a situazioni imperniate su competizioni, pericoli, violenze, crimini, conflitti che non a situazioni serene, pacifiche, gioiose, collaborative, amorevoli, le emozioni che si producono in noi sono per lo più paura, collera, tristezza. Quand’anche – come in certi film – la vicenda si conclude con un lieto fine, i brevi momenti di gioia vissuti dallo spettatore al termine della storia non bilanciano quasi mai le assai più numerose e ripetute emozioni di ansia, tensione, paura, collera o dolore suscitate dalle scene precedenti. Una imponente ricerca scientifica svolta negli USA ha rilevato che oltre il 60% di tutti i programmi TV contengono almeno una scena di violenza e per i film e telefilm la percentuale sale addirittura al 90%; inoltre i tipici programmi a contenuto violento propongono almeno 6 incidenti o eventi di violenza per ogni ora di durata. I ricercatori hanno calcolato che mediamente ogni telespettatore assiste in un anno a circa 10.000 eventi di violenza. Certo, vedere un omicidio su uno schermo non è come assistervi dal vero e la sua intensità emozionale è sicuramente minore - supponiamo che sia solo un decimo di quella che proveremmo dal vero – ma se moltiplichiamo un decimo per diecimila volte, è come se vedessimo di persona 1000 atti violenti veri ogni anno. Una scena commovente che vediamo alla TV ci fa provare una emozione reale e piangere lacrime vere; una scena di omicidio vista in un film ci fa provare paura anche se sappiamo che l'evento è finto, che nessuno sta davvero morendo. Queste emozioni producono modificazioni nel corpo e nel nostro stato psico-energetico generale: si attivano determinate secrezioni ormonali, si generano tensioni muscolari, chiusure psichiche difensive, alterazioni del flusso energetico corporeo, ecc. Se poi tali emozioni sono frequentemente ripetute nel tempo, possono dar luogo ad una cronicizzazione e produrre stati persistenti di tensione e chiusura che si riflettono sul nostro umore, sullo stato di salute psicofisica e sulla qualità dei nostri rapporti con gli altri. Al fine di evitare i suddetti rischi è pertanto consigliabile scegliere con grande attenzione i film e programmi da vedere e i libri e giornali da leggere, evitando quelli troppo violenti, paurosi o tristi e costruendosi una dieta mediatica “ben digeribile”. Il mio libro Come difendersi dai media contiene una gran quantità di informazioni, indicazioni ed esercizi che possono essere di aiuto per muoversi in tale direzione. 

di Enrico Cheli 


HOLIVERSITY MASTER, una scuola per imparare a gestire le emozioni
Holiversity è una Fondazione scientifica che coniuga l'innovazione e l'etica dell'olismo con la scientificità e il rigore dell'impostazione universitaria, grazie ad un comitato scientifico di livello internazionale e alla collaborazione con prestigiose università italiane e straniere aperte a sperimentare nuove metodologie per la salute, la consapevolezza individuale e il benessere collettivo. Nata su iniziativa del professor Enrico Cheli e da lui presieduta, organizza e promuove ricerche scientifiche, master, seminari e convegni ispirati al paradigma olistico e finalizzati ad aiutare gli individui a conseguire più elevati livelli di consapevolezza, salute, qualità della vita e felicità, stimolando al contempo le istituzioni e la società civile ad una maggiore sensibilità per i valori della pace, dell'ecologia, dello sviluppo sostenibile, dell'economia etica, dell'equità sociale. Ecco alcuni corsi organizzati nel 2104
Cheli Percorsi di consapevolezza per la salute e la felicità. Ciclo di 6 seminari marzo-ottobre 2014 
Comunicazione e relazioni interpersonali- Ciclo di 6 seminari marzo-ottobre 2014 
Relazioni più consapevoli e felici - Seminario. 26-27 aprile 2014 
Risveglia la sensibilità e contatta il tuo bambino interiore - Seminario 24-25 maggio 2014 
Ulteriori seminari e informazioni su: www.holiversity.it

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